E cammino dentro la stanza – Col computer io non ci parlo – Quindi un’altra volta penso ancora a te
E ho scoperto che ne ho bisogno – che il tuo vivere lascia il segno – E senza il tuo spazio son disperso in me
Scende una lacrima – e mi trova solo qua – come un’ombra dietro un vetro, immagino
Ho il dubbio di quel che – rimane a me di te – E dall’idea lo sai che io, mi agito (Grignani)
Amici lettori, giornata campale per il blog di Thomas Moro: quarto compleanno a.N. (dalla separazione da N.) e ultima puntata della serie.
La mia natura, risaputa, è questa: prendo decisioni solitamente ponderate, ma nelle cose a cui tengo davvero lascio decidere il cuore. Stasera sono a casa mia, avrei voglia di scrivere, ma non c’è una sola cosa in cui potrei essere davvero sincero.
Crescere, scegliere una strada, ha di brutto (terribile anzi) proprio questo: debbo smettere di cullarmi in tutti quei sogni ad occhi aperti, quelle fantasticherie che erano poi il mio pane quotidiano. E la materia del mio bloggare.
Ora la realtà è codesta: fare avanti e indietro tra casa e il lavoro, poi forse andare un po’ in campagna, sempre centellinando le forze per non finire in riserva, guardare qualcosa in tv e filare a letto. Certo, ogni tanto una rimpatriata con gli amici, magari due chiacchiere con una ragazza (che, attenzione, mi piacerebbero ancora), un giro in bici o un pomeriggio a pesca. Ma i miei spazi privati debbono finire lì. Costruire una famiglia significa condividere tutto, non solo la casa o lo stipendio. E’ un progetto stupendo, grandioso nella sua semplicità.
Tuttavia temo che sia troppo lineare per me: io amo divagare, prestare attenzione solo fino ad un certo punto a quel che mi circonda. Riuscirò a gestire solamente cose pratiche? Riuscirò a superare il mio, innegabile, individualismo? Anni di sport di squadra non mi sono serviti a niente: anche lì finivo sempre per giocare attaccante, e se non segnavo non me ne importava poi molto della vittoria della mia squadra. Riuscirò a non restare spettatore di quel che mi accade intorno? Oppure finirò col farmi coinvolgere in discussioni, battibecchi, o peggio ancora nei giochi psicologici di una suocera che mi odia, pur avendoci parlato sì e no 10 volte?
Eppure sono un uomo, ne sono certo. Non più un figlio, comunque solo in subordine. E’ venuto il mio tempo, quello di scrollarsi di dosso tutti gli alibi, le paure, i sogni assoluti. E prendere il toro per le corna.
Di questa mia nuova vita però non voglio parlare con nessuno. Almeno per ora. L’horror vacui mi spaventa. Sta per succedere qualcosa che rappresenterà un punto di non ritorno, almeno per una persona seria come me. E si porterà via la spensieratezza, il gusto di chiudere gli occhi la sera e dire: domani mi alzo quando voglio, mangio se e cosa voglio, lavoro quanto voglio.
In realtà, fra molti anni sarò contento di aver preso questa decisione, e di non trovarmi alla soglia dei 50 a replicare i clichè di 20 anni prima. Ma porca puttana se mi pesa questa cosa, è un macigno. So che prima o poi il trapasso tocca a tutti: io non ho paura di diventare padre, se e quando sarà, ma ho paura di seppellire il me che avete imparato a conoscere su queste colonne.
Per questo chiudo: il prossimo articolo potrebbe venire scritto da un’altra persona che non sarei più io. Preferisco quindi chiudere ancora “nel pieno possesso delle mie facoltà” ed augurare a tutti Voi Buona Vita. Questi 4 anni sono stati stupendi, difficilissimi, indimenticabili: è stato un onore e un privilegio condividerli con Voi. Vi voglio un gran bene.
A.B., in arte Thomas Moro

