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Il più fragile

E cammino dentro la stanza – Col computer io non ci parlo – Quindi un’altra volta penso ancora a te

E ho scoperto che ne ho bisogno – che il tuo vivere lascia il segno – E senza il tuo spazio son disperso in me

Scende una lacrima – e mi trova solo qua – come un’ombra dietro un vetro, immagino

Ho il dubbio di quel che – rimane a me di te – E dall’idea lo sai che io, mi agito (Grignani)

Amici lettori, giornata campale per il blog di Thomas Moro: quarto compleanno a.N. (dalla separazione da N.) e ultima puntata della serie.
La mia natura, risaputa, è questa: prendo decisioni solitamente ponderate, ma nelle cose a cui tengo davvero lascio decidere il cuore. Stasera sono a casa mia, avrei voglia di scrivere, ma non c’è una sola cosa in cui potrei essere davvero sincero.
Crescere, scegliere una strada, ha di brutto (terribile anzi) proprio questo: debbo smettere di cullarmi in tutti quei sogni ad occhi aperti, quelle fantasticherie che erano poi il mio pane quotidiano. E la materia del mio bloggare.
Ora la realtà è codesta: fare avanti e indietro tra casa e il lavoro, poi forse andare un po’ in campagna, sempre centellinando le forze per non finire in riserva, guardare qualcosa in tv e filare a letto. Certo, ogni tanto una rimpatriata con gli amici, magari due chiacchiere con una ragazza (che, attenzione, mi piacerebbero ancora), un giro in bici o un pomeriggio a pesca. Ma i miei spazi privati debbono finire lì. Costruire una famiglia significa condividere tutto, non solo la casa o lo stipendio. E’ un progetto stupendo, grandioso nella sua semplicità.
Tuttavia temo che sia troppo lineare per me: io amo divagare, prestare attenzione solo fino ad un certo punto a quel che mi circonda. Riuscirò a gestire solamente cose pratiche? Riuscirò a superare il mio, innegabile, individualismo? Anni di sport di squadra non mi sono serviti a niente: anche lì finivo sempre per giocare attaccante, e se non segnavo non me ne importava poi molto della vittoria della mia squadra. Riuscirò a non restare spettatore di quel che mi accade intorno? Oppure finirò col farmi coinvolgere in discussioni, battibecchi, o peggio ancora nei giochi psicologici di una suocera che mi odia, pur avendoci parlato sì e no 10 volte?
Eppure sono un uomo, ne sono certo. Non più un figlio, comunque solo in subordine. E’ venuto il mio tempo, quello di scrollarsi di dosso tutti gli alibi, le paure, i sogni assoluti. E prendere il toro per le corna.
Di questa mia nuova vita però non voglio parlare con nessuno. Almeno per ora. L’horror vacui mi spaventa. Sta per succedere qualcosa che rappresenterà un punto di non ritorno, almeno per una persona seria come me. E si porterà via la spensieratezza, il gusto di chiudere gli occhi la sera e dire: domani mi alzo quando voglio, mangio se e cosa voglio, lavoro quanto voglio.
In realtà, fra molti anni sarò contento di aver preso questa decisione, e di non trovarmi alla soglia dei 50 a replicare i clichè di 20 anni prima. Ma porca puttana se mi pesa questa cosa, è un macigno. So che prima o poi il trapasso tocca a tutti: io non ho paura di diventare padre, se e quando sarà, ma ho paura di seppellire il me che avete imparato a conoscere su queste colonne.

Per questo chiudo: il prossimo articolo potrebbe venire scritto da un’altra persona che non sarei più io. Preferisco quindi chiudere ancora “nel pieno possesso delle mie facoltà” ed augurare a tutti Voi Buona Vita. Questi 4 anni sono stati stupendi, difficilissimi, indimenticabili: è stato un onore e un privilegio condividerli con Voi. Vi voglio un gran bene.

A.B., in arte Thomas Moro

qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua

Ieri sera (ANGOLO CINEMA’) siamo stati a vedere Bright Star, film sulla vita del poeta romantico John Keats, la cui biografia trovate più sotto. Bright Star è pure una delle sue opere più riuscite, e recita così:

Bright star, would I were steadfast as thou art —
Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
Like Nature’s patient, sleepless Eremite,
The moving waters at their priestlike task
Of pure ablution round earth’s human shores,
Or gazing on the new soft-fallen mask
Of snow upon the mountains and the moors —
No — yet still stedfast, still unchangeable,
Pillow’d upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tender-taken breath,
And so live ever — or else swoon to death.

Fulgida stella, fossi fermo come tu lo sei
ma non in solitario splendore sospeso alto nella notte,
a vegliare, con le palpebre rimosse in eterno,
come paziente di natura, insonne eremita,
le mobili acque al loro dovere sacerdotale
di puro lavacro intorno a rive umane,
oppure guardare la nuova maschera dolcemente caduta
della neve sopra i monti e le pianure.
No – pure sempre fermo, sempre senza mutamento,
vorrei riposare sul guanciale del puro seno del mio amore,
sentirne per sempre la discesa dolce dell’onda e il sollevarsi,
sempre desto in una dolce inquietudine
a udire sempre, sempre il suo respiro attenuato,
e così vivere in eterno – o se no venir meno nella morte.

Keats ebbe una breve vita sia realmente che come poeta, morì a 24 anni (l’epitaffio sulla sua tomba è il titolo di questo post), fece il poeta dai 18 ai 24 anni, conosceva Shelley e Byron e molti altri del suo tempo, malato di tubercolosi, andò in Italia, a Roma, visse vicino a Piazza di Spagna,per il clima più salubre, ma non vide quasi niente dell’Italia, poiché nell’ultimo anno peggiorò la sua salute, fu anche il motivo per cui non potè vivere la sua storia d’amore con Fanny.
In Keats nelle sue poesie e nella sua vita, si evince la ricerca all’amore, alla purezza, ai sentimenti, alla perfezione, cui il poeta credeva di non riuscire a raggiungere, in cui fu anche criticato dai critici del suo tempo, ma era molto ammirato dai giovani poeti di allora (da “il club degli eterni romantici)

Senza di te

Non posso esistere senza di te.
Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
la mia vita sembra che si arresti lì,
non vedo più avanti.
Mi hai assorbito.

In questo momento ho la sensazione
come di dissolvermi:
sarei estremamente triste
senza la speranza di rivederti presto.
Avrei paura a staccarmi da te.

Mi hai rapito via l’anima con un potere
cui non posso resistere;
eppure potei resistere finché non ti vidi;
e anche dopo averti veduta
mi sforzai spesso di ragionare
contro le ragioni del mio amore.

Ora non ne sono più capace.
Sarebbe una pena troppo grande.
Il mio amore è egoista.
Non posso respirare senza di te.

Treintase

Complimenti, sei due volte maggiorenne… Fino agli “anta” hai di che preoccuparsi… Se gallina vecchia fa buon brodo, fagiano vecchio cosa fa?

Dal tenore degli sms testè riportati, avrete capito che oggi compio 36 anni: è il quarto genetliaco che festeggio su queste colonne, e dei quattro è quello nelle mie migliori condizioni fisiche globali (nonostante una lieve indisposizione, peggiorata dallo strapazzo di cui sotto).
Ma non è di compleanni o ricorrenze varie che voglio parlare, anche se la mia scarsa verve è causata proprio da ciò, ovverosia dal matrimonio di una cara amica, la quale ha scelto di sposarsi, e rimanere a vivere, in Irpinia. Capirete che una discesa ad infera in 28 ore, con aereo blq-bri + auto bari-grottaminarda(sede del banchetto nuziale)-napoli + aereo-vomitevole capodichino-bo, potrebbe fiaccare un toro, figuriamoci me che proprio in settimana avevo iniziato la raccolta dei duroni…
Sì, finalmente quest’anno è iniziata la produzione del mio impianto, e dai primaticci Big Lory dal gambo corto ai tardivi Summer Sun, mi aspetta un giugno di passione, tra uccellacci che volteggiano famelici sul campo (e per i quali è stata allestita una discoteca a cielo aperto, sì da spaventarli a colpi di Bruce Springsteen e Brian Adams) e Mondiali di Calcio.
Il vero tema del prossimo mese è infatti, e fatalmente, la grande kermesse sudafricana: sono dotato da pochi giorni di un fantastico tv 32 pollici, già pronto per il digitale terrestre, sul quale seguire le avventure di Lippi & company. Che poi per quelle bastava la tv vecchia, tanto noi non si tocca palla, se non per sbadilarla in avanti alla spera-in-Dio (vedi la batosta col Mexico di stasera).
Insomma, tra un borlengo e un sushi, una corsa con Pippo e un virus sui pc dello studio, anche la prima metà del 2010 se ne va in archivio, constatando che “c’è gente che non ha davvero, bisogno di presentazioni, per inserirsi nelle mie faccende, personali…” (new hit del Blasco)

ANGOLO CINEMA’

Passaggio all’Arlecchino per visionare la Palma d’Oro Elio Germano (ex-aequo con Javier Bardem). Il film (la nostra vita) mi è sembrato un po’ cupo e pesante, ma la prova dell’attore degli abruzzi è senz’altro degna di nota, come pure – suggeriscono dalla regia – quella della Regonese. Interessante infine il personaggio interpretato da Zingaretti: perciò, andate pure a vederlo se vi capita!

Privacy, please

Quante volte sei passata, quante volte passerai, ed ogni volta è un colpo sordo all’anima, all’anima
Quante volte sei mancata, quante volte mancherai, un colpo al cerchio ed un colpo all’anima, all’anima (un colpo all’anima, liga)

Ritorno sulle scene per il Vostro Thomas Moro, scottato dal primo sole estivo e dalla illecita invadenza altrui.
Capita che io abbia un uso abbastanza disinvolto della mia e-mail personale, cioè la dò a colleghi, amici e conoscenti. L’unica, vera, autolimitazione è quando mi registro su siti internet commerciali, dove ne uso un’altra, onde evitare che lo spam sommerga il mio indirizzo principale.
E così non mi sono fatto scrupolo di utilizzare la mia mail principare per aiutare un amico (o presunto tale) a registrarsi su un nuovo dominio. Terminate le operazioni me ne sono andato, lasciando – incautamente – aperta la casella di posta. Accade che la moglie di quest’uomo, sicuramente non una mia amica, ne abbia approfittato per leggere la mia posta a ritroso per anni… Quale idea si sarà fatta di me costei? Meglio dire, sarà riuscita a pescare nel calderone qualcosa di abbastanza scabroso per corroborare la propria, deteriore opione di me?
Ovviamente sì, e mi viene quasi da ridere a pensare che lo strumento di cotanto astio sia sta la mia (ex)amica G.; oddio, in realtà era quasi inevitabile che la “scelta” ricadesse su di lei, essendo l’unica ragazza con la quale parli (parlassi) non solo di lavoro, gossip e politica.
Epperò è così triste dover riesumare una storia vecchia di 3 anni, incidentalmente menzionata la scorsa estate (ero intervenuto in aiuto di G. e del suo cuore straziato, ma non certo per me!), solo per gettarmi fango addosso…
Va beh, pescando negli anni addietro avrebbe trovato “materiale” ben più interessante, ma a questa “signora” bastava pochino per cominciare a spargere il suo veleno. Com’era quella? Ah sì, non ti curar di loro, ma guarda e passa!

Splende su di noi – e illumina il cammino – che ci sta davanti
brucia dentro e poi – rivedo la mia vita – tutta in un istante
E’ un sole nero – sul mondo che ci aspetta – e non fa complimenti (sole nero, new-litfiba)

Il mare dentro (e la pioggia fuori)

I was perched outside in the pouring rain – Trying to make myself a sail – Then I’ll float to you my darlin’ – With the evening on my tail
Although not the most honest means of travel – It gets me there nonetheless – I’m a heartless man at worst, babe – And a helpless one at best
Darling I’ll bathe your skin – I’ll even wash your clothes – Just give me some candy – before I go
Oh, darling I’ll kiss your eyes – And lay you down on your rug – Just give me some candy – After my hug
Apertura con Candy di Paolo Nutini, italo-scozzese alla ribalta mondiale, per raccontarvi di un weekend del primo maggio di tutto rispetto. Sabato mattina abbiamo raggiunto la montagna, sotto un sole cocente, per poi pranzare all’aria aperta: in breve il venticello si è trasformato in raffiche, il sereno è diventato nubi e la domenica è trascorsa sotto un caldo piumone col riscaldamento acceso. Con piacere ho constatato che il più rigido inverno del terzo millennio non ha scalfito, oltre ai querceti autoctoni, grandi e vaccinati, nemmeno gli alberi piantati l’anno precedente: l’unico durone di Vignola che pareva defunto ha “buttato sotto”, garantendo l’en-plein al frutteto! I soli danni li hanno infine arrecati cervi e daini che, non trovando da mangiare sotto la spessa coltre bianca, hanno ripiegato sulla siepe del giardino (che, così a occhio, deve avere un saporaccio).
Per la serie “mare e monti” l’indomani ci troviamo in quel di Ravenna, raggiunta tramite gli stradelli Guelfi, ovverosia la vecchia arteria San Vitale che collega Bo a Ra. E quindi vai di Budrio-Medicina-Lugo-Godo-Fornace Zarattini, una ottantina di chilometri baciati da un bel sole. L’idea di partenza era visitare la mostra allestita nelle sale del MAR e dedicata ai pittori Pre-raffaelliti (dal Beato Angelico al Perugino, ndr), ma ben presto il richiamo del mare ha avuto la meglio; così, lasciato stuoli di insegnanti a raccattare punti utili per le graduatorie (cosa che mi fa molto Fabri Fibra, In Italia), ho diretto la Stilo verso Porto Corsini. Scenario: altissime dune di sabbia, sottratte all’azione erosiva del mare d’inverno ed alle sue burrasche, modeste onde che si infrangono sulla riva pur cavalcate da pochi surfisti del lunedì pomeriggio, venticello di ponente a mitigare il clima. Denudatomi, mi sono sdraiato in spiaggia e goduto l’assoluto relax, scena ripetuta poche ore dopo a Lido Adriano, luogo appena più urbano con radi ombrelloni aperti.
L’indomani avrei ripreso il tran-tran quotidiano, aggravato dal meteo inclemente e dalla schiena un po’ “incriccata”, ma non m’importa, c’ho il mare dentro io!
ANGOLO CINEMA’
Lo chef consiglierebbe il title track di M. D’Alatri, oppure Agorà o il nuovo con Favino e la Rohrwacker, ma, non avendoli (ancora) visti neppure io, dovreste fidarvi del mio intuito…

Certe Notti – Parte Seconda

Modena, 21/04/04

Io non posso – stare fermo – con le mani – nelle mani
Mille cose – devo fare – prima che – venga domani… (Cocciante, Margherita)

Tutto era cominciato per caso, o meglio, a me era chiaro fin da subito che quella donna piaceva: aveva un fascino magnetico, con quella risata chiassosa da quarantenne che sa godersi (e farti godere) la vita.
La cosa cozzava però contro uno dei miei pochi capisaldi in amore: mai avere storie sul posto di lavoro. In effetti io ero pure fidanzato, ma non sarebbe stato questo a trattenermi…
Andiamo con ordine. Si lavorava entrambi a Modena, ma nessuno dei due abitava in città, lei a nord ed io a sud. La pausa pranzo ci si fermava nella trattoria sottostante l’ufficio. Lì ho cominciato a fare breccia nel suo muro, grazie anche agli assist involontari del comune amico B.R. (al quale devo, inoltre, ciò che so in materia di assicurazione). Un pomeriggio, si stava archiviando delle pratiche, ci siamo messi a parlare del più e del meno, fino a che trovammo un punto d’incontro sul cinema, e sul film che entrambi avremmo voluto vedere: La passione di Gesù Cristo, di Mel Gibson. Detto-fatto, appuntamento fissato per il mercoledì successivo.
Il 21 Aprile 2004 era stata una giornata di primavera inoltrata, calda come solo la giungla d’asfalto della città sa essere, e a me non restava altro che trepidare dietro la scrivania, in attesa della sera. Usciti dal lavoro, chiaramente con modalità tali da non destare il sospetto dei colleghi, ci dirigemmo in Piazza Roma a bere qualcosa, poi al Cinema Astra: kolossal in aramaico, sottotitolato in italiano. Ricordo ancora lei che mi parafrasa i vari passaggi biblici ed io che sbotto: fra te e i sottotitoli ritengo di avere una informativa completa!
Usciti dal cine si passò in piazza Grande, dove suonavano i Modena City Ramblers: canzoni urlate a squarciagola (an m’in cieva di ninatt, tant nuet’r a sam cumpagn, an m’in cieva un caz), tanti ragazzi, profumo di fiori e di canne nell’aria, e lei che mi fa: “Se fossi uscita con G. dopo il cinema la serata era bell’e che finita, ed invece…”. Terminato il concerto la portai a bere alla Stazione Piccola, e dopo due cocktail le presi la mano dicendole quanto mi piaceva (la sua mano, chiara metonimia = una parte per il tutto).
Verso le 2 tornammo alla sua macchina, rimasta sotto l’ufficio, ma lei non scendeva più dalla mia, e così, quando la radio cominciò a gracchiare “E per poi, farle cantare, le canzoni, che ha imparato..” presi l’iniziativa e, rinforzando il concetto di quanto ero cotto di lei, mi lanciai in un bacio che, tuttavia, rimase abbozzato. Riprovai poco dopo l’approccio, incantonandola tra me e la portiera della sua vettura, ma lei mi stoppò così: “se ci baciamo adesso non andiamo mai più a casa…”
Arrivato alla maison alle 4 (mi ero pure scordato le chiavi e dovetti tirare giù dal letto mia madre), mi addormentai, ignaro di quello che mi sarebbe aspettato nei giorni a venire.
Onestamente, il periodo compreso tra il 21 aprile e il 2 luglio del 2004 fu uno dei più intensi ed incasinati della mia vita. Già avevo una ragazza bellissima, ma M. era un fiume in piena (tipo Demetra Hampton in Kreola), che mi avrebbe trascinato in un vortice di amore, e – come avevo sagacemente intuito – sesso sfrenato, a cui seppi porre un argine, col senno di poi appena prima di perdere tutto, rinsavendo. O rimbecillendomi?

Dopo di me – amori stupidi – povere amanti che hai – improbabili ed inutili… (Nina Zilli, l’uomo che amava le donne)

ANGOLO CINEMA’

Per una serie di circostanze avverse salta ancora il cinematografo, ma non si interrompe la mia attività piratesca, d’elite aggiungerei! Il giardino delle vergini suicide è un piccolo capolavoro, che in 90 minuti scarsi sciorina una trama semplice quanto avvincente, con Kirsten Dunst (feticcio di F.) e relative 4, bionde, sorelle, segregate in casa dai genitori, fino al tragico epilogo. Il setting è la provincia borghese americana anni 50 (costumi tipo Fonzie), la voce narrante è quella di 5 ragazzi del medesimo quartiere che, prima morivano per loro, e poi verranno segnati per sempre dalla morte di quelle stesse agognate fanciulle.

Habemus canem

Scusa se ti chiamo amore, scusami se, sto facendo già l’errore, di amare te, molto più, di me… (M. Di Cataldo)

Da ieri pomeriggio, ore 17.33, abbiamo un nuovo cagnetto. Le cose sono andate in questo modo: mio padre, appena è stato in grado di deambulare, è tornato alla carica con l’operazione-cane. Non è un mistero che il miglior amico dell’uomo per lui sia davvero tale, e che in fondo abbia bisogno di prendersi cura di qualcuno. Pure mia madre, sebbene brontoli quando mio padre le chiede se “gli” ha dato da mangiare, in fondo è più tranquilla se c’è un quadrupede in cortile ad avvisarla, abbaiando, quando entra qualcuno, postino o marocchino che sia. E poi in campagna c’è tanto posto per correre!
Comunque, a Pavullo ci aspettava, secondo quanto promesso telefonicamente a mio papà, una cucciolata appena arrivata. Presa la Opel Corsa abbiamo risalito la Nuova Estense e, ancora dentro all’abitato cittadino, imboccato una strada a sinistra che recava l’indicazione “canile intercomunale”. Peccato sulla freccia non ci fosse scritto altro, tipo 5 km, strada dissestata, etc.. Insomma dovete mettere in conto altri 20 min di peregrinazione tra valli remote e finalmente, colpo di scena, appare una collina tutta coperta di cani!
Se pure desiderate un gatto, sarete comunque accontentati: una casetta di legno funge da gattile, e decine di felini si aggirano indisturbati tra i campi e i calanchi. Nel canile vero e proprio la confusione è assordante: 280 animali (ma della promessa cucciolata non v’era traccia) sono ospitati in gabbie abbastanza grandi e pulite, una signora zoppa e gentile si prende cura di loro, illustrandoceli uno a uno per nome e caratteristiche salienti. Tipo “quàst l’à rovinee al so padraun (che se lo meritava, picchiandolo spesso)” oppure “quàst chè l’e spavintee”, “cl’eter lè l’e bunessòm”. Quando finalmente mio padre aveva addocchiato un certo Falco (provenendo da Pian del Falco), grosso cane nero dagli occhi buoni, si apprende che la veterinaria era già andata via, e quindi non era possibile portarlo a casa il giorno stesso, ma solo “prenotarlo”. Tornando un po’ contrariati alla macchina, il segno del destino: 2 ragazzi di Montefiorino avevano portato 8-9 cuccioli in una scatolone, ma il canile non poteva riceverli in quanto Muntfiurin non è convenzionato con Pavòll. E’ stato un sollievo per loro liberarsi, a nostro vantaggio, di uno di quei poveri cucciolotti!
Stamattina “al Cìn” zampetta nel capannone, in attesa che qualcuno lo faccia giocare e che il veterinario venga a vaccinarlo.. Non saprei dire quanto diventerà grande, ora è poco più di un mio pugno, coda dritta tipo maialino (senza ricciolo), pelo beige corto. E due occhietti vispi: ben arrivato, Cìn!

Certe notti – parte prima

PARTE PRIMA – Montecarlo, 10-08-1999

Certe notti, sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi
Certe notti – son proprio quel vizio – che non voglio smettere – smettere, mai (Liga, certe notti)

In un momento di grande pace interiore, ho pensato di ravvivare il blog rievocando le notti che mi hanno fatto grande (?) e che mai ho raccontato, essendo antecedenti al medesimo.
E’ d’obbligo partire dalla Imma-night
Ci troviamo nel Principato di Monacò, gli attori sono – per nome di battaglia – io (il folletto), E. (lo scricciolo), Steve (il capitano) e G. (Pelle)
Arrivati in loco da 2 giorni su invito del possidente “alla-consolle-Pelle-Giovanni” (ospitalità bagnata con una sfida a pallanuoto nella piscina del residence), ho già abbordato in spiaggia certa Titti, previo accertamento della sua italianità (il mio francese era a livello da non campanare il s.v.p. nelle cabine telefoniche).
In effetti la ragazza, oltre a parlare la mia lingua e ad ostentare uno scarnissimo topless, non aveva molto altro da offrire. Oddio, io mi ero fatto il viaggio che lei fosse ricchissima e quindi giustificasse un investimento di lungo periodo, ma paragonata ad alcuni fisici mozzafiato che mi circondavano…
Comunque, la sera di San Lorenzo l’idea era di andare a Nizza con la macchina del Cabillus (al quale avevamo ricomprato la gomma bucata sui marciapiedi monegaschi grazie alla vincita al casinò), passeggiata sulle Promenade e 4 salti in disco. A fine serata si sarebbe traslati in spiaggia per meglio ammirare la volta celeste e relative stelle cadenti.
Titti, che alloggiava sulle alture del principato, si era aggregata di buon grado (anche perché andavamo a prenderla noi) ed era stata di compagnia, senza peraltro aderire alla parte finale et bucolica. Al momento di salutarla, coupe de theatre, decido di scendere anch’io e raggiungere in un secondo tempo gli amici a piedi… Considerate che, mutatis mutandis, lei stava a Montebabbio e noi si dormiva alla Veggia, quindi sì per me era discesa, ma con vari km tra rupi e ginepri. Al buio.
Comunque, tira più un pelo di f…, ed eccomi impavido ad attaccare il discorso che mi avrebbe portato al gol. Gira che te gira mi viene da chiederle: “ma Titti è il diminutivo di Tiziana, vero?” E lei: “no, tutti mi chiamano così ma il mio nome è un altro” “Ma perché non usare il tuo – ribatto io – cioè, capisco mio cugino Quirino (per la cronaca, non ho alcun cugino, o conoscente, con tale nome), che ha vergogna a chiamarsi così… Manco tu avessi un nome di merda tipo Immacolata!” Gelo siderale. Poi lei mi fa: “non te lo avevo detto?” E io: “ma cosa?” “Mi chiamo Immacolata come mia zia”.
Ho contato fino a 10 e le ho dato la buonanotte che già scendevo la prima rampa di scale. Arrivato in spiaggia, verso le 4 della madrugada, trovo i miei amici distesi sulla sabbia a guardare le stelle. Relazionatili, ci siamo scompisciati come poche volte e tutt’oggi, quando racconto questa storia, E., paterfamilias come penso tutti quei compagni d’avventura, ridacchia ancora sotto i 4 peli della faccia.

E così, anche il sabato è andato così, si è bevuto-ballato, qualcuno ha imbarcato, il più scemo le ha prese, ha una faccia così… (Liga, sogni di rock&roll)

ANGOLO CINEMA’

Il giorno di Pasquetta cinema pomeridiano con Alice in Wonderland. Sarà stata la visione senza la Terza dimensione, ma il lavoro di Tim Burton mi è sembrato una vera bomba inesplosa. Alice fisicamente mi piaceva, pure il Cappellaio matto (johnny Depp) non era malaccio, lo stregato aveva un suo perché, ma una storia con un potenziale enorme (soprattutto per me che non conoscevo la trama!) non ha lasciato traccia nel mio animo. E, mi pare di capire, neppure al botteghino

Triduov

The truth is never far behind -You kept it hidden well
If I live to tell – The secret I knew then
Will I ever have the chance again…
If I ran away – I’d never have the strength – To go very far
How would they hear – The beating of my heart
Will it grow cold – The secret that I hide,
Will I grow old
How will they hear – When will they learn
How will they know (Madonna, live to tell)

Perfettamente in asse col relativo equinozio è arrivata la primavera, ed è stata un’esplosione di colori e profumi! Infatti, il normale scaglionamento temporale della fioritura quest’anno non c’è stato: il rigido inverno aveva bloccato tutti e tutto fino a metà marzo sotto una spessa coltre di neve. Ma appena il sole s’è fatto largo, è stato come ai GP di Formula 1 quando la safety-car esce di scena dopo esser stata in pista molti giri: i piloti “scatenano l’inferno” con una pioggia di sorpassi (che purtroppo lasciano presto il posto alla solita, monotona, corsa, ndr).
E così, tutt’in un colpo, i prati si sono riempiti di giunchiglie, primule, viole e margherite; parallelamente, marusticani, albicocche, peschi, mandorli, gelsomino d’inverno (sic!) e forsizia si son coperti di fiori, e non dubito che anche i ciliegi di Vignola riusciranno ad offrire il consueto spettacolo per la “festa della fioritura” prossima ventura. Insomma, non mente il detto “non c’è Pasqua senza frasca”. E neppure “Aprile non ti scoprire”. Le mie fonti meteo prevedono un’irruzione di aria fredda già dopodomani (Pesce d’Aprile), con neve in montagna e gelate in pianura, per scongiurare le quali mi sto or ora toccando le parti nobili…
Per quel che riguarda l’aspetto Sacro della Pasqua, come da titolo entreremo giovedì nel Triduo che ci porterà dalla Crocifissione alla resurrezione di Gesù (perché ormai lo sappiano, che se Dio muore 3 giorni e poi risorge, Dio è morto, I Nomadi). E vai di processioni, messe e ulivi (il mio è gelato, al pari della mimosa). Questo lato religioso, purtroppo, mi tocca poco, ma ancor meno quello consumistico, essendo la cioccolata, materia prima delle uova di Pasqua, ricompresa nella black list dei cibi del fibromialgico.
A dir il vero, l’unica cosa che attualmente occupa la mia mente e mi ripaga pienamente è il lavoro in campagna: bruciati gli stecchi della potatura coi consueti lòm a merz, sto rimpiazzando gli alberi da frutto secchi con giovani piantine di ugual specie. La schiena tace, pur se non acconsente, e io ci do di vanga e badile. E che in studio me chupen la poya y siguen mamando!

Don’t tell me that it’s over – It’s only just begun
Don’t tell me that it’s over please-I’m on my knees – I’m beggin you to stop.
Please I’m on my knees, I’m beggin you to stop (Amy mac Donald, don’t tell me that it’s over)

ANGOLO CINEMA’

A dispetto del meteo propizio, in settimana ho optato per il teatro. Tuttavia la mia attività piratesca ha fornito due pellicole: il ritratto di Dorian Gray, che in una parola definirei soporifero, e 500 giorni insieme. Questo secondo film è invece davvero carino, ben fatto, con due attori ben calati nella parte ed una tecnica narrativa ficcante: da vedere (quadratino nero di Repubblica). Buona Pasqua!

Quand a gniva mez met’r ed neva

It’s hard to get old without a cause – I don’t want to perish like a fleeing horse – Youth’s like diamonds in the sun – And diamonds are forever
So many adventures couldn’t happen today – So many songs we forgot to play – So many dreams swinging out of the blue – We let them come true
Forever young, I want to be forever young – Do you really wanna live forever, forever, forever?

Apro con l’immortale canzone di cui sopra, ripresa da molti e da ultimo rappata da uno scimmione, ma che io preferisco nell’originale degli Alphaville, per parlare di neve. Che astrattamente non c’azzeccano nulla insieme, ma poiché mi son ritrovato a canticchiare “4ever young” mentre spalavo il cortile, ho deciso di riproporla su queste colonne.
Snoccioliamo i numeri della tempesta perfetta del 9/10 marzo u.s.: alle mie latitudo ha iniziato a fioccare la mattina di martedì (preceduta dalle avvisaglie, pur significative nei quantitativi, di ven. 5 e dom. 7), e già alle 15.30 si trattava di bufera, con temperatura assestata sui -0,3°. Io, che avevo mangiato la foglia, nel pomeriggio non mi ero recato al lavoro. Quando la sera ho guardato fuori per l’ultima volta, prima di andare a letto, la neve, portata da raffiche di vento da nord-est (bora scura), aveva trasformato la Ford di mio fratello in un candido panettone Bauli.
Sinceramente, non avrei creduto che la precipitazione sarebbe proseguita con tale intensità per tutta la notte (mi sembra di volare nella notte, 883, tieni il tempo), ma al risveglio ho dovuto ricredermi. Ore 9.30 di merc. 11 marzo 2010: 50 cm di neve in campagna, 40 attorno a casa (diventati 55 alle 12), 35 persino sotto il portico! A memoria d’uomo, la maggior nevicata della mia vita; E dai disagi incredibilmente limitati, consideratane l’entità! Certo, io non mi sono presentato in studio che giovedì pomeriggio, ma semplicemente perché non avevo poi molto da fare, tranne spalare il mio stradello: non mi va di amminchiarmi con formule matematiche, ma moltiplicando il peso medio della neve, per metrocubo, per i 60 mt di lunghezza dello stradello e i 50 cm d’altezza del manto… Secànd mè a iò lavuree dimondi, come rammentatomi in serata dalla mia povera schiena!
Oggi poi, figata bestiale: pantaloni da sci, sono andato a prendere i cani del mio pseudo-inquilino, in quel momento assente, e li ho portati a correre nella neve, che riflettendo il sole tiepido, mi accecava. S&S, due femmine di pastore tedesco, si sono dimostrate delle bambinone e, senza eccessivo sforzo, mi hanno trascinato nei loro giochi: ma che fatica correre in mezzo a mèz met’r ed neva!

ANGOLO CINEMA’

Nonostante il meteo inclemente ho un film da recensire: Il concerto, di Radu Mihaleanu, regista di Train de vie, per chi se n’intende (non io, che infatti non l’avevo visto).
La storia è abbastanza semplice, ed è sempre un treno a passare, anzi a ripassare a 30 anni di distanza. Naturalmente, tra mille ora comiche ora melodrammatiche difficoltà, l’ex direttore del Bolchoi riesce a terminare il concerto che aveva dovuto interrompere allora, oltre a svelare al “primo violino” la storia dei suoi genitori. Happy ending e rientro a casa con la sensazione di avere visto “un gran bel film” (Steve Mc Queen)
Next vision: amabili resti, se ancora in programmaz, invictus e shutter island.