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I miei complimenti

Mi dipingo la faccia di un rosso vergogna

la menzogna che magistralmente hai saputo celare

e mai menzionare

piango segretamente le mie debolezze

mio malgrado, hai umiliato con malevolenza la mia buona fede

vorrei cadere, vorrei vibrarmi

e lasciare al destino la scelta

decisione che allevia la pena

vorrei cadere oltre il confine

perdere il lume della ragione

e lentamente lasciarmi sedurre

riesco ancora a stupirmi tanta è l’ingenuità

è incredibile come sia riuscito a prenderti gioco

di me, di me – i miei complimenti

i miei complimenti

Ho riscoperto con piacere Marina Rei in una delle più belle canzoni che fu mai scritta (secondo me).
Il casus belli è oltremodo triste: la fine di una relazione, che chiameremo amicizia, visto che ogni volta che ha provato a travalicare detti confini essa è miseramente fallita.
Volendo dare a tutto questo limiti temporali, assumerei il periodo 4/06/2006 – 12/11/2009, quasi tre anni e mezzo in cui un sottile quanto resistente cordone ombelicale ha tenuto legati me e G.
Dalle 18.50 di giovedì sera tutto questo non c’è più: ora, al di là del fatto che fra di noi, da un punto di vista fisico, non c’è mai stato nulla (nemmeno quando io avrei, apertis verbis, voluto), la cosa mi ha creato un grande vuoto. Per me G. è stata molte cose (in questi anni avari, l’oro nelle mani, tu sarai, per me – Pausini, Un fatto ovvio): un’amica, come già detto, una sperata morosa e una sperata amante a più riprese, non ultimo una persona sincera con cui poter parlare di tutto, proprio io che non parlo mai di me.
Comunque, questo era il momento giusto per rompere, per me è un periodo di cambiamento e per lei pure, io vorrei delle cose e lei delle altre: ognuno andrà per la sua strada ed io, lo giuro sulla tomba di mio zio morto la settimana scorsa, non la cercherò mai più. Tra noi c’era un equivoco di fondo e, venuti i nodi al pettine, è andata come diversamente non poteva andare…
La lista dei miei amici veri si riduce ora a due unità, M. ed S. in rigoroso ordine alfabetico, purtroppo più spesso all’estero che dalle mie parti, più il buon G., che pure mi cerca assiduamente per propormi cose che, a tutt’oggi, mi interessano il giusto.
Diventare grandi significa fare delle scelte, avere meno tempo vuol dire non riuscire a coltivare i rapporti interpersonali: è questo che volevo io dalla vita? Domattina mi piacerebbe svegliarmi sul molo di Trieste, col vento in poppa pronto a salpare verso porti del sud fra onde piene di schiuma…

Ragazzo dell’Europa

Tu che fai l’amore selvaggio – trovi sempre un passagio – per andare più in là
viaggi con quell’aria precaria – sembri quasi un poeta – dentro ai tuoi bouleavard
Tu – ragazzo dell’Europa
Porti in giro la fortuna
Tu che incontri tutti per caso – non ritorni a Varsavia – per non fare il soldato
Ora vivi in mezzo a una sfida – per le vie di Colonia – e non sia dove andrai
Tu – ragazzo dell’ Europa
Non pianti mai bandiera

Nel ventennale della caduta del muro di Berlino, mi pare giusto aprire con una bella canzone di Gianna Nannini (presente pure nella colonna sonora di Viola di mare, film che vi caldeggio), antesignana di una filosofia europeista, quando ancora per un ragazzo il massimo della vita era fare l’inter-rail, ma per andare oltre la cortina di ferro…
Sempre sul genere vi segnalo Goodbye Lenin, enorme successo ai botteghini Deutsch e comunque film geniale sulla vita prima e dopo la caduta del muro di una donna, che perde la memoria proprio in concomitanza di quello storico evento. Oppure gustatevi un recentiore La vita degli altri.
Cosa assolutamente positiva, mi sto riadattando alla vita d’ufficio, tant è che riesco a scrivere dal mio studio-sgabuzzino, in verità meno tetro da quando vi ho piazzato una libreria Ikea ed affisso i miei titoli di studio. Ciò non toglie che, io alla scrivania e fuori acqua a catinelle sia un abbinamento da cappio al collo: in casi come questi soccorre, in mancanza d’altro (and it’s hard to hold a candle, in the cold novembre rain), la prospettiva di cambiare aria, migrare in climi caldi, pensare alle vacanze estive. Sicuramente oggi conosco meglio il mappamondo del diritto penale, che pure mi fa compagnia(?) nelle sere solitarie della mia maisonette…
Tralasciando ogni commento sulla pandemia da influenza A, che forse ho già preso o forse no, con tutti i morti ed i servizi giornalistici-allarmistici che si lascia alle spalle; segnalato che in Italia essere tratti in arresto può essere letale, se finisci nelle mani sbagliate (veh, Giovanardi, t’er un caiaun a Modna, vot esr dvintee fureb a Ràmma: cum fet a dir che Cucchi l’e mort parchè l’era un tosic, anoressico et sieropositivo?); ricordato che domani è San Martino, e sarebbe auspicabile trovarsi davanti al caminetto a spadellare 2 marroni, per i quali sto ancora cercando il miglior abbinamento tra i vini novelli della coop di c.veteris;
Premesso tutto questo, Vi congedo, heureux d’apprendre que vous avez bien voulu consacrer de votre temps pour moi

E poi cos’è successo – aspettami oppure dimenticami – ci rivediamo presto – tra almeno altri 5 anni (la descrizione di un attimo, Tiromancino)

ANCHE PER TE, LAURA

ANCHE PER TE, LAURA

Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi
Lo vesti e lo accompagni a scuola e tu al lavoro vai
Per te che un errore ti è costato tanto
Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto

Anche per te – vorrei morire ed io morir non so
Anche per te – darei qualcosa che non ho
E così e così e così – io resto qui
A darle i miei pensieri – a darle quel che ieri
Avrei affidato al vento – cercando di raggiungere chi
Al vento avrebbe detto sì

Laura aspetta un figlio per Natale
E tutto il resto adesso può aspettare
Perché Laura adesso deve – solamente riposare
E forse – smetterà anche di fumare

Laura aspetta un figlio per Natale
Ed è sicura che ci sarà neve
Da quelle parti sai – non è che ci sia sempre il sole
Però – non è che neanche tutti i giorni piove

Laura aspetta un figlio per errore
Però lei dice che si chiama amore
In fin dei conti sai – lo sai la gente cosa vuole
In fondo – vuole il Natale con la neve, eeeeeh

Ciao amici, un simpatico virus gastrointestinale mi tiene incollato al letto (più al cesso in verità) dandomi però la possibilità di scrivere qualcosa. Nella mia instancabile opera di download ho ripescato l’immortale Lucio Battisti e, fra tutti i suoi successi, mi ha colpito “anche per te” di cui sopra, dove canta di tre donne (una suora, una prostituta ed una mamma-single) con grande poesia.
Subito mi è venuto il parallelismo con una canzone fra le mie preferite di Vasco, “Laura aspetta un figlio per Natale”, ed ho deciso di scriverci su.
La differenza tra lo stare bene e lo stare male si può anche misurare, secondo me, dall’attenzione che riesci a porre ai problemi degli altri. Quando stai male tu, ti chiudi in te stesso e l’unica cosa che vuoi ed a cui pensi, è come uscirne fuori. Io di mio sono un tipo strano, cioè non me ne frega assolutamente un cazzo di quel che fa la gente, ma cerco di dare una mano, o quanto meno di non defilarmi, se qualcuno ha un problema, piccolo o grande che sia. Ora che sono uscito, speriamo definitivamente, dal mio tunnel, cerco di allargare il mio orizzonte.
Di madri-single ne conosco varie, a partire dalla cara F. passando per tante clienti che vengono in studio e, dopo la separazione, si trovano a crescere, praticamente da sole, i figli che gli ex-mariti gli lasciano in affidamento. Per tacere di quante hanno avuto figli senza manco sposarsi, con ulteriore carenza di tutela legislativa per la prole. Ma il mio non vuole essere un intervento da giurista, sebbene le mie quotazioni in materia stiano risalendo (e ci voleva poco, ripartendo da zero). Vorrei solo evidenziare la fatica, lo scanto che queste donne fanno per amore. Tralasciando quante si ritrovino con figli più o meno grandi in seguito a matrimoni andati in cenere, come pure la nuova stirpe di madri-single per scelta, che cioè hanno trovato un compagno ad-hoc usa e getta (in carne ed ossa od un banale donatore di sperma), focalizzerei su quante, all’interno di un rapporto di coppia, si ritrovino incinte e, al comunicare la buona novella al futuro papà, si sentano rispondere grugniti, maledizioni e insulti assortiti. O addirittura un bel nulla, perché sembra una cosa buona e giusta per il futuro padre, preso atto che la compagna intende portare comunque a termine la gravidanza, scomparire dalla scena. Ora, si fa presto a criticare dall’esterno la decisione di tenere un figlio pur sapendo che il padre sarà assente. Magari in queste madri c’è la speranza che comunque, presto o tardi, il padre tornerà ad avere un ruolo per il bambino, all’interno della coppia, che magicamente si ricomporrà, oppure semplicemente da fuori, magari nel surreale scenario di una famiglia allargata.
E’ difficile per me, uomo non gay, capire il bisogno di maternità che nasce nella donna ad un certo momento della sua vita, tale per cui diventare madre rappresenta una cosa necessaria in sé, magari anche al di là dello stesso bene del proprio bambino. Per me un bimbo ha diritto alla bi-genotorialità, sempre per usare termini legali: diversamente avremo un semi-orfano, e non solo di padre, ma di tutta la di lui famiglia (nonni paterni, zii, etc). Difficile pensare che un eventuale, nuovo compagno, potrà rappresentare tutto quello che è un padre per il proprio figlio.
Ma, come dicevo poc’anzi, qui non parliamo di donne che hanno avuto la possibilità di scegliere, di prefigurarsi vari scenari e decidere a bocce ferme: noi si parla di donne, spesso ragazze in verità, che si trovano tra capo e collo una gravidanza che il compagno rifiuta. E nella scelta, spesso travagliatissima, di andare sino in fondo c’è pure quella di sobbarcarsi, per tutta la vita, la crescita, l’istruzione ed il mantenimento di un bambino.
Chi sono io per giudicare – who am I to judge – di questo? Qua voglio solo mandare un grande abbraccio a tutte coloro che, per qualsiasi circostanza, hanno rinunciato alla propria libertà per qualcosa di più grande: il loro bambino.

Chiusura d’obbligo per Marco Borriello: come il sottoscritto ben sa, non è facile lasciarsi alle spalle una relazione con una bella ragazza, che tra l’altro continui a vedere dappertutto (figuriamoci se è proprio Belen Rodriguez). Beh, ieri sera il bomber rossonero è tornato al campo, ed al gol, dopo un calvario di 13 mesi. L’importante era tirare una riga col passato e ripartire: vai Marco, ora è tutta discesa!

Estranei a partire da ieri

Quando sei ragazzo – non te ne frega un cazzo – se son le 3 di notte – va beh chi se ne fotte – domani si vedrà – qualcuno si alzerà…

Dunque, mi piacerebbe parlare apertis verbis ma, a differenza di quanto fa la stampa italiana con il Marrazzo di turno, io rispetto la privacy e, in ultima analisi, le decisioni di ognuno.
Diversamente da quanto predica Simone nella canzone di apertura, e a dispetto pure del mio stesso incipit quando parlo con me stesso (sono solo un ragazzo, cosa dovevo fare?), mi sto rendendo conto che il tempo vola, che i 2 anni passati, anche se io non li ho praticamente vissuti, sono parimenti andati, che, insomma, oggi ho 35 cazzo di anni.
Ritengo quindi di aver raggiunto “il mezzo del cammin di nostra vita” e, avendo fin qui percorso una certa strada, non ha senso metterla in discussione proprio adesso: affrontiamo a testa alta quei cambiamenti che sono necessari per non rimanere a metà del guado, e quindi:
Numero 1) Stop alle attese indefinite: meglio un uovo oggi che una gallina domani, mi sembra un detto assolutamente azzeccato (peraltro pure Valentino Rossi – grande – ha deciso di celebrare il nono mondiale con riferimento al pennuto da cortile). Avessi che ne so, 29 anni, mi metterei in stand by ad aspettare ke le rose, se son rose, fioriscano. Io, come ricordato, sono un po’ più grande: si apre una nuova fase, quello che non è stato finora non sarà mai. Potrò cadere in nuovi errori e tentazioni, ma non voler rigiocare partite già vinte o, peggio ancora, perse in passato.
Numero 2) E’ l’orgoglio che ti frega, dice Vasco, e a me ha fregato spesso. Ciò non toglie che si possa essere accomodanti senza mettersi a pecora… Questo sto facendo in studio, umile, servile, ma non prostituito. E vi dirò, mi sto ritrovando nelle piccole cose, tanto che, in certi momenti, mi sento magari non il migliore, ma primus inter pares sì.
Numero 3) Corso professionale a Modena, nuove – e vecchie – conoscenze, per un mix che alla fine mi rompo meno i maroni di quanto avevo temuto (sarebbe pure tempo di caldarroste, ma nessuno vuole mangiarle mecum). Un altro mesetto e via, poi verrà il mio momento della verità.
Per finire, oggi ho pianto: oddio, poche lacrime e molti singhiozzi, ma per me è un evento, volevo solo consegnarlo al blog a futura memoria.

E lo capisco dal tono di voce – col quale mi dici – stasera ho da fare – non mi aspettare – Estranei a partire da ieri…

Forza Klas

miércoles por la tarde y tú que no llegas
ni siquiera muestras señas
y yo con la camisa negra
y tus maletas en la puerta
mal parece que solo me quedé
y fue pura todita tu mentira
que maldita mala suerte la mía
que aquel día te encontré

Los Juanes aprono e chiudono un mio mini-intervento. Non sono in grado di scrivere da studio, dove la rete wireless fatica a penetrare nel mio sgabuzzino, nè da casa, dove il collegamento internet è un filo lento..
Cose da segnalare:
1) ho finito la vendemmia e pure ho raccolto i kaki. Da ciò consegue che le mie giornate, a partire da oggi, sono totalmente improntate allo studio. Non è il massimo della vita, per me, ma viste l’efficacia e l’efficienza della mia azione, dovrei essere soddisfatto..
2) è arrivato l’autunno, e pare pure l’inverno entro il fine settimana. Pure questo non si gradisce affatto, ma essendo il 13 ottobre forse era l’estate ad essere ormai fuori luogo..
3) La zona cesarini, cioè i minuti finali di ogni partita di calcio, vanno ribattezzati zona-modena, dopo gli exploit dei canarini contro Reggina e Torino, successi entrambi conseguiti a cavallo del 90′ (fino al novantesimo, modena gol).
4) Klas Ingesson è malato di leucemia, e la cosa mi addolora. Klas era un forte mediano, portato in Italia assieme al compagno svedese Kennet Andersson, e insieme hanno giocato prima nel Bari e poi nel Bologna. Io sempre ho preso entrambi al fanta e mi ci ero un pò affezionato.. Forza Klas, in campo eri un gladiatore, non mollare!!!
Le divagazioni della mia mente su amore&amicizia&affini ve le risparmio, anche perchè necessiterebbero di una trattazione più approfondita..

Por los días que me quedan
y las noches que aun no llegan
yo a Dios le pido

Le forche caudine

Doverosa premessa: non ho scritto per 1 mesetto semplicemente perchè Altervista me lo ha impedito (trasloco su un nuovo server). Ora sono tornato, a pere finite e vendemmia iniziata in miti giornate di fine settembre..

Dunque, avevo promesso di affrontare con voi i miei demoni a partire dal problema-lavoro, e così farò. Con l’obiettività in più che può dare lo stacco di qualche giorno.
Se martedì 1 settembre mi fossi messo al pc subito dopo aver colloquiato con C. e T., tutto ciò che avrei potuto scrivere sarebbe stato una caterva di insulti. Mi limiterò alla fredda cronaca ed e poche considerazioni. Ore 10.30: entro in studio, C. mi invita nella sua stanza e mi dice di chiudere la porta. Clima da resa dei conti, cui partecipa pure l’alter-ego T.; l’incipit: “sono nuovamente incinta ed a febbraio, verosimilmente, comincerò a stare a casa”. E poi: “nutro seri dubbi sull’affidarci a te perché da quando è arrivata T., non so per quale ragione (ma dai?), sei diventato individualista, pensi prima a te che allo studio. Qui si ragiona come una cosa sola (metafora della famiglia rilanciata dalla silente T.), io temo che se tu ricevessi una proposta migliore certo ci bidoneresti, lasciandoci alla guazza quando ormai sarebbe troppo tardi per trovare un rimpiazzo”.
Al che io provo a replicare che, quando uno sta male, è fatalmente tutto concentrato su sé stesso e sulla possibilità di arrivare non a domani, ma a stasera.
Ben lungi dal sortire l’effetto sperato, la mia boutade riaccende C. che mi rinfaccia errori e dimenticanze commessi nel recente passato. Segue una veloce autocritica per essersi fidata troppo e per avermi lasciato troppa libertà, poi la sfuriata riprende col pretesto più recente: la mia imminente vendemmia. Il giorno prima, trovando soltanto T. in studio, mi ero lasciato sfuggire che mi risultava difficile sostenere la loro proposta nel mese di settembre, quando io avrei lavorato in studio gratis, mentre avrei dovuto pagare un operaio nei miei vigneti per rimpiazzare il sottoscritto. Prontamente relazionata dalla compagna di merende, C., rivoltata la frittata, ri-tira fuori il mio individualismo e che “per te c’è sempre qualcosa che viene prima di questo”.
Ero lì lì per esplodere, ma mi sono letteralmente morso la lingua (con tanto di lacrimosi di dolore e rabbia trattenuti a stento) ed ho blandamente risposto che io, compatibilmente alle esigenze dello studio e senza con ciò voler dare l’idea di prendere sottogamba il nostro nuovo rapporto, mi limitavo a chiedere flessibilità di orari, limitatamente ai giorni di vendemmia, per un problema oggettivo. Ma che se lei non lo riteneva possibile/opportuno, amen.
Hanno seguito altri miei indizi di colpevolezza, o presunti tali (il fatto che io stessi lavorando a un progetto di sito legale on-line, ovviamente senza coinvolgerle; la mia abitudine di calcolare la parcella partendo da quanto mi tratterrò io; et cetera).
Morale della favola, dopo un tiramolla di facciata (io sarei in forte dubbio, ma sentiamo pure T.), la fumata bianca: dalle 11.15 di martedì 1 settembre 2009 faccio, di nuovo, ufficialmente parte del noto studio legale. Ho ottenuto una deroga agli orari d’ufficio per il primo mese. Il mio compenso a carico dello studio è pari a zero euro (perlomeno sono escluso pure da eventuali perdite!). Praticamente sono a provvigione al 100%: se porto dei clienti, bene. Ma dai clienti dello studio non ricaverò nulla. Vi sembra una buona soluzione? Superato, si fa per dire, lo choc iniziale, rileggendo al post precedente le mie esigenze nell’immediato, posso affermare con certezza che ho fatto bene a piegare il mio orgoglio alla ragione di Stato.
Non posso nulla invece contro quel demone che è dentro di me, l’angoscia di scegliere una strada perché con ciò mi saranno precluse tutte le altre. E questo vale per il lavoro, per l’amore, l’amicizia ed ogni altro campo. Ma su ciò torneremo nel prossimo intervento dove verrà affrontato il demone dell’amore.

Andrea s’è perso, s’è perso e non sa tornare
Andrea s’è perso, s’è perso e non sa tornare
Andrea aveva un amore – riccioli neri
Andrea aveva un dolore – riccioli neri
(De andrè senior, ascoltato all’Unità di Modena nell’interpretazione del figlio Cristiano)

BLQ – BRI

Le tue parole fanno male,
sono pungenti come spine,
sono taglienti come lame affilate
e messe in bocca alle bambine,
possono far male, possono ferire, farmi ragionare sì.
ma non capire, non capire!

Dunque, un attento ed affezionato lettore mi ha fatto ragionare sul fatto che il mio addio al blog è stato troppo sbrigativo. In effetti il mio è solo un problema di comunicazione, ma grave al punto da cucirmi le labbra; e seccarmi l’inchiostro.
Un bravo giornalista non dovrebbe, dunque, arrestarsi davanti neppure alle difficoltà più soverchie, che io ritengo essere lo spiegare il perché delle sue ragioni e dei suoi sentimenti più profondi. Insomma, il perché sono in crisi. Naturalmente non può essere una sola cosa a mettermi in panne, ma vari accidenti e tutti insieme: qui sta il mio primo errore, il non essere riuscito a scaglionare le mie scadenze nel tempo, a differenza di mio nonno che riuscì a mettere tante qualità di frutta che si avvicendavano, senza mai sovrapporsi, tra giugno a novembre. Affronterò dunque i miei demoni assieme a voi, in ordine cronologico e quindi partendo dallo Studio legale C. F.
Io necessito di un posto dove esercitare la mia professione, o quantomeno ricevere i miei clienti. E fin qui è cosa nota. Pure noto è che da giugno 2008 sono “in malattia”, ossia ho sospeso la frequentazione giornaliera del posto di lavoro in quanto impossibilito a mantenere una prestazione costante nel tempo. La buona novità dell’agosto 2009 è questa, che ho lavorato sotto il solleone 34 giorni consecutivi con oggi eppure sto benone. Dando per scontato che un lavoro da scrivania debba richiedermi meno energie, è l’ora di rilanciare la mia candidatura in studio. Ciò che più mi scoccia, al di là dell’aspetto economico non proprio trascurabile (mio compenso iniziale pattuito in zero euro), è il dovermi sbattere per riconquistare la fiducia della titolare, fiducia persa causa le mie defaillances del 2008. Sol che a ghè un problema: io ho scazzato e latitato perché stavo male, e non perché di giorno andavo al mare. E lei lo sa. Fosse per me la manderei a fare in culo, come insegna il Blasco (la nostra relazione ormai, non ha più senso, tu hai le tue ragioni ed io, sono forse troppo stanco, tra l’altro non è facile, ricominciare tutto, lasciamo stare dai, non rifacciamo un letto ormai disfatto!); ma non me la sento di ripartire da zero in un posto nuovo. Prima voglio testare la mia ritrovata(?) condizione, riprendere confidenza col lavoro (non mi ricordo nemmeno più cosa contenga il fascicolo di un atto di citazione) e magari sfruttare lo studio per varie attività collaterali… Oggi la titolare non era al lavoro, domani ho appuntamento con lei alle 10, vi aggiornerò in tempo reale!
Ah, il titolo del post fa riferimento alla tratta aerea Bologna-Bari, da me percorsa nel weekend nuziale appena trascorso: la Ryan ha saputo riabilitarsi ai miei occhi con due voli perfetti, e gli sposi hanno ripagato la nostra demenziale amicizia con un ricevimento da mille e una notte.

www ma vaffancul

Brutta storia, dico corro corro, resto sempre in fondo – sarò fuori allenamento, oppure, allenato poco – certa gente, riesce solo a dire, sei fuoritempo (rats)

In buona sostanza con questo post si chiude la triennale esperienza del blog Ghirlandina. Sto operando un cambio di rotta sostanziale e non mi va di parlarne, nemmeno col mio diario. La mia ultima riflessione la dedico al mondo virtuale che, udite udite, mi ha rotto il cazzo.
Cioè, non esiste che io per parlare con qualcuno debba avere letto prima il suo blog, guardato il suo facebook, scrutato il suo messaggio di umore su skype o messenger, calcolato in quanto tempo ha risposto al mio ultimo mms/sms per misurare il livello della sua attenzione alla mia persona. Che poi sugli sms voglio aprire una ulteriore parentesi: se usati in senso sano si gradiscono un sacco. Tipo, inutile telefonare a uno per dirgli che l’appuntamento è al 8 al cinema baglioni o che deve comprare il giornale o un kilo di pane. Ma se devi fare un discorso appena un filo più complicato, gli sms, appunto perché short message, ben lungi dal far capire le tue intenzioni al destinatario finiscono per confonderlo; minimo si perderanno le sfumature del tuo umore. Ricorderete, io ero arrivato ad odiare N. perché smessaggiava in continuazione, chissà con chi ma non è nemmeno quello il problema: è quella mania di dover essere sempre in contatto col mondo, sempre reperibile, manco la vita fosse un lavoro da agente di Borsa. Cioè, è grave se a me non me ne frega una minchia di cosa stanno facendo in questo momento i miei amici C. e G.? No, quando li vedrò mi racconteranno, se gli andrà di farlo o se la cosa merita veramente di essere raccontata. Non penserete che ogni cinguettio di twitter contenga un informazione basilare per il sottoscritto. Quindi fanculo i social network, i forum, le chat e mia nonna in carriola.
Le persone che per me contano il mio telefono ce l’hanno (anche quello di casa eh, non si è mica estinto). Sa vlì parler mec, ciamem. Se no, inculev. Me de ster lè ad aspiter lo squillo del cellulare am saun bele ràt al caz.

Ce l’hai un attimo per me, per me – Ce l’hai un attimo per me, per me – perché c’è troppo bisogno d’amore (gemelli diversi)

il due di briscola

Intanto buon Ferragosto! E che nessuno legga questo post prima di lunedì in quanto in altre (migliori) faccende affaccendato. Scopro sulla “Gazza” che, da secoli, il 15 Agosto viene festeggiato parimenti dai Cristiani, in quanto Ascensione della Madonna (e non della cantante, blasfema sig.ra Ciccone), e dai pagani, ricollegandosi alle Feriae Augusti, più lungo periodo agostano dove si celebravano varie divinità (ed i Romani andavano al mare, turbando con schiamazzi la tranquillità di Seneca).
Detto ciò, io che ci faccio a casa? Le pere Williams le ho terminate, non senza affanni, mercoledì scorso; potevo dunque, 4 example, andare ai lidi fino al 16. Invece sono rimasto in loco. Pourquoi?
Intanto andare al mare da solo mi piace relativamente. Volendo avrei potuto coinvolgere i pochi amici residuati in Emilia, ma solo per capatine giornaliere che, mi perdonerete, sono più la fatica che il gusto (va zò, parcàggia…). Poi mio fratello è via, ed abbandonare i miei in campagna mi scocciava: mio papà può avere bisogno per faccende agresti, mia madre d’estate è sempre in affanno. E soprattutto c’è il mio cagnetto, all’anagrafe Blank (ha i piedi bianchi) e da noi ribattezzato Jack, ma chiamato poi nei modi più disparati (cin o cinein, black, santino): potevo mollarlo da solo appena arrivato? E’ così spaurito, povero!
In ultima analisi, o non fa così caldo o io quest’anno lo soffro meno, comunque la Rossa Emilia si gradisce, magari grazie ad alcuni 2 di briscola, ovverosia quella carta che, normalmente non “prende”, ma quando tutte le altre briscole sono già “uscite” vale quanto l’asso!
E quindi la festa dell’unità di V. che, Simoncumque, mi ha allietato con cover band di Negramaro (ottimi) e Vasco (un po’ lofi); Poi caffè all’aperto e sagre appenniniche con l’inconcludente quanto divertente A.; pescate in beata solitudo e mercatini delle erbe con inusitate compagnie..
Insomma, la settimana di Ferragosto me la sono passata, lunedì conto di tornare sui peri (Decana o Conference, it depends on mr. Uomo del Monte) e, salute permettendo, sull’estate scorreranno presto i titoli di coda (e intanto il tempo passa – e tu non passi mai, Negramaro, Estate)

La passione di Cristo

Accidenti all’ipocrisia, alla malinconia, alla noia che ci prende e che non va più via

Eeeeeh, com’è simpatica, questa domenica, così lunatica (Vasco)

 

Dunque, è successo quello che probabilmente era inevitabile, ma che comunque mi ha gettato nello sconforto. Dopo una settimana di grande verve, culminata in un sabato fabuloso, eccomi ai box. Tipo Alonso domenica scorsa (Sunday bloody Sunday, U2): in testa al GP si ferma per il pit stop, gli montano male una gomma e questa si stacca 3 curve dopo il rientro in pista, obbligando l’ispanico al ritiro (e a disertare la prossima gara, tra l’altro quella di casa, per l’assurda conseguente squalifica).

Veramente, me a n’in pos piò! Mi ero proprio fatto il viaggio di essere in guarigione: sogni mostruosamente proibiti, Paolo Villaggio doc per la regia di Neri Parenti. Invece niente, il mio fisico non regge allo sforzo.

Vaglielo a spiegare tu alla gente che sono fermo un’altra volta. Questa è, niente di più e niente di meno, che la mia resa. Quando 2 anni e passa fa mi ammalai, capì subito la gravità della cosa ed a stretto giro di posta ne intuii la profondità: avrei perso tutto.

Innanzitutto il posto di lavoro! Il 31 agosto ho l’ultimatum in studio: o ritorno a pieno regime oppure aria. A 20 giorni dal gong, la prospettiva del “tempo pieno” con 2-3 viaggi in tribunale a settimana mi sembra soverchia. E lasciamo perdere che lì dentro non mi trovavo più bene: non esiste posto di lavoro per uno che fatica 5 giorni e poi si ferma!

Punto numero 2: agosto amore mio non ti conosco. Premesso che F. è in Corse fino al 17, i dubbi sulla mia venuta a Bo, già paventati in Bretagne, troveranno a sostegno questo carico da 11. E non credo che susciterà reazioni entusiastiche…

La terza e ultima cosa che avevo finora salvato, pur con gravi riduzioni d’organico, era l’amicizia: ecco, per fortuna i miei amici in questi giorni sono via (salvo il prode C., comunque prossimo ad un intervento banale quanto bizzarro).

Come detto, per tutto quanto sopra ci avevo già “fatto la bocca”. Non sopporto invece l’idea di perdere i nuovi orizzonti che quest’inizio d’estate sembrava dischiudermi: 48 ore fa G., B. e J. erano attorno a me sotto il portico. Un raggio di sole che non voglio far eclissare.

Concludo con una poesia di Montale, che trovo molto confacente.

 

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale – e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino – anche così è stato breve il nostro lungo viaggio – il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni – le trappole, gli scorni di chi crede – che la realtà sia quella che si vede – Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio – non già perché forse con quattr’occhi si vede di più – con te le ho scese perché sapevo che di noi due – le sole vere pupille, sebbene offuscate – erano le tue.